11 fotografe famose che devi conoscere
Tutte le persone scattano fotografie.
Nell’era del digitale, in cui lo smartphone è spesso il prolungamento della nostra mano, è capitato a tantissime persone di “vedere e sentire” attraverso l’obiettivo del telefono o di una macchina fotografica.
Ed è stato proprio lo sguardo e la percezione di alcune fotografe che ha plasmato negli anni il nostro modo di entrare a conoscenza di un avvenimento storico, di ritrovarci in una scena di normale quotidianità che abbiamo vissuto mille volte, di scoprire un altrove che cui metterci in discussione, con fatica o con entusiasmo.
In questo articolo dedicato a fotografe famose che devi conoscere, abbiamo deciso di raccontarti alcune figure che, secondo noi, non solo hanno forgiato la storia della fotografia, ma che hanno ispirato, informato ed emozionato migliaia di persone negli anni.
Indice
Non solo fotografi
Quando abbiamo iniziato a scrivere questo articolo, abbiamo fatto una piccola indagine sul web e abbiamo scoperto che sono pochissime le ricerche riguardanti le fotografe, ma ci si concentra quasi esclusivamente sui fotografi.
Ora, è chiaro che nella storia della fotografia ci sono stati e ci sono fotografi straordinari, come Edward Weston, Don McCullin, Robert Capa, Elliott Erwitt, ma non sono mancate anche fotografe famose che hanno lasciato un’impronta destinata a non sbiadire. Anche se in alcuni casi purtroppo sono finite nel dimenticatoio o vittime di un revisionismo storico piuttosto parziale.
In questo articolo raccontiamo alcune di queste talentuose fotografe che abbiamo scoperto negli anni e che abbiamo amato: non si tratta ovviamente di un’enciclopedia, ma di una selezione personale dettata dalla nostra esperienza e anche dalle nostre propensioni (sarà bello arricchirla con il tempo). Scopriamole insieme!
Tina Modotti , attivista e rivoluzionaria
Tina Modotti è un grande amore. L’abbiamo scoperta tantissimi anni fa e poi abbiamo letto i suoi scritti e visto dal vivo alcune delle sue fotografie e abbiamo colto subito la sua potenza espressiva. Questa donna è l’emblema di come fotografia e attivismo politico non solo possano procedere su binari paralleli, ma contaminarsi in modo unico.
Originaria di Udine, è cresciuta in una famiglia di origini umili e da giovane ha dovuto abbandonare la scuola per lavorare. Il suo rapporto con la fotografia è iniziato da bambina, quando frequentava lo studio fotografico dello zio. Ma il vero incontro con la fotografia è avvenuto da adulta, dopo aver conosciuto il fotografo statunitense Edward Weston.
La loro è stata una connessione emozionale e professionale: lei ha lavorato come sua assistente, assorbendo parte del suo stile formale. Ma non si è fermata a questo: nel tempo ha coltivato il suo stile e il suo sguardo e la sua macchina fotografica è diventata uno strumento di indagine e denuncia sociale, esaltando i simboli del popolo messicano e del suo riscatto.
Ciò che da sempre ci ha conquistato di Tina Modotti fotografa è la sua capacità comunicativa, resa delicata e tenace dall’uso di quella leggera sfocatura che mantiene il nostro sguardo vivo e in dialogo con il soggetto ritratto. Modotti interpreta la fotografia come un percorso biunivoco, invitandoci a partecipare attivamente alla sua opera: per noi farlo è stato estremamente stimolante e commovente.
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Gerda Taro, colei che ha inventato Robert Capa
Se pensi ad uno dei più famosi fotoreporter di guerra, chi ti viene in mente? Probabilmente Robert Capa!
Di Robert Capa però molti ignorano un aspetto essenziale: inizialmente non si trattava di una sola persona, ma di due, Endre Friedmann e Gerta Pohorylle.
Gerta Pohorylle, diventata poi Gerda Taro, è originaria di Stoccarda, nata in una famiglia di ebrei polacchi. La sua curiosità e la sua intelligenza, la portano fin da giovanissima ad immergersi nella vita politica, entrando a far parte dei movimenti socialisti e dei lavoratori.
Durante il nazismo, a causa della sua affiliazione al Partito Comunista Tedesco, viene arrestata e liberata solo grazie al suo passaporto polacco. Così sceglie di partire e andare a Parigi, dove avviene l’incontro con il giovane fotografo ungherese Endre Friedmann.
Dopo essersi appassionata alla fotografia e aver inventato il personaggio di Robert Capa, un facoltoso e famoso fotografo statunitense che tutti volevano, nel 1936 parte insieme a Friedmann per la Spagna, con l’obiettivo di documentare sul campo gli sviluppi della Guerra Civile Spagnola e realizzando vari reportage pubblicati su periodici come “Regards” o “Vu.”
Tra le sue fotografie più famose c’è quella della miliziana in addestramento, con le scarpe con i tacchi piantate a terra e la pistola puntata: vederla dal vivo è stato potentissimo. Scomparsa a soli 26 anni, a causa di un incidente durante la battaglia di Brunete, a lungo è finita nel dimenticatoio, oscurata da Robert Capa.
Oggi Gerda Taro sta tornando alla ribalta, conquistandoci con la sua straordinaria capacità di creare immagini senza tempo.
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Zanele Muholi e l’attivismo visivo
Nata nel 1972, Zanele Muholi è cresciuta a Umlazi, un sobborgo di Durban, in Sudafrica. Ha frequentato un corso di fotografia avanzata al Market Photo Workshop di Newtown, Johannesburg nel 2003, e l’anno successivo c’è stata la sua prima mostra personale alla Johannesburg Art Gallery. Nel 2009 ha conseguito il Master of Fine Arts in Documentary Media presso la Ryerson University di Toronto.
Un percorso di studi con un obiettivo chiaro: offrire una forma di resistenza visuale nei confronti del del colonialismo, del razzismo e dell’odio feroce verso la comunità LGBTQI+.
Come lo ha fatto? Trasformando la sua macchina fotografica in un’arma che vuole sfidare e abbattere gli stereotipi culturali perché sappiamo quanto le immagini possano contribuire a plasmare la società e l’opinione pubblica, ispirando comportamenti e azioni concrete.
Le fotografie di Zanele Muholi riescono a catturare le complessità delle identità, scavando oltre la superficie. Un lavoro provocatorio e coraggioso, che sfida le norme sociali e rappresenta una vasta gamma di esperienze queer. Il suo lavoro è stato esposto in numerose mostre personali in tutto il mondo, come il Brooklyn Museum di New York e lo Stedelijk Museum di Amsterdam.
Per noi le sue fotografie mescolano urla e sussurri, tenerezza e disperazione: siamo fortunate ad aver visto alcuni dei suoi scatti dal vivo!
Diane Arbus, oltre gli stereotipi e i pregiudizi
La fotografa del proibito: Diane Arbus viene spesso definita così, ma è una visione incredibilmente parziale. Stiamo parlando di una donna che ha sempre avuto chiara una consapevolezza: l’amore per la letteratura e le arti visive. I suoi studi si dirigevano sulla pittura e il disegno, ma dopo l’incontro e il matrimonio con Allan Arbus ha capito di volersi dedicare alla fotografia.
Dopo aver preso alcune lezioni da Berenice Abbott, ha iniziato a lavorare nel mondo della moda che però ha finito per annoiarla molto presto: grazie al corso della fotografa Lisette Model ha iniziato a spalancare il suo sguardo verso persone che gli altri non guardavano.
Abbandonata definitivamente la fotografia di studio, si immerse dentro New York, fotografando soprattutto i luoghi pubblici più popolari. Nel 1957 divorziò da Allan e intraprese la sua personalissima ricerca di una diversa normalità, sostenuta da grandi amici e artisti come Richard Avedon.
Alcuni l’hanno accusata di voyeurismo, altri di sminuire i soggetti, ma nulla di tutto questo emerge dai suoi scatti, se osservati attentamente. Diane Arbus denunciò senza timore l’arbitrarietà dei tabù, rendendo grotteschi non i protagonisti delle sue foto, ma i giudizi dei cosiddetti benpensanti che non resistono alla tentazione di puntare il dito contro.
Il suo fascino non possiede nulla di sporco o morboso, anzi, si accosta in modo onesto ed interessato a mondi che solo pochi uomini prima di lei avevano avuto il coraggio di esplorare.
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Letizia Battaglia tra strada, militanza e arte
Se hai visto una mostra di Letizia Battaglia, probabilmente sarai d’accordo con noi nel dire che si tratta di un’esperienza umana e artistica molto potente, per cui bisogna arrivare preparate.
Conosciuta come la donna che ha usato la macchina fotografica contro la mafia, Battaglia ha dimostrato con la sua vita e la sua carriera di rifiutare le convenzioni di genere e di raccontare tutto ciò che accade oltre la cronaca.
Si potrebbero citare tantissimi esempi, ma forse quello più iconico è il ritratto del 1979 del boss Leoluca Bagarella in manette. L’uomo fissa con ferocia chi lo sta ritraendo mentre viene arrestato: dall’altra parte dell’obiettivo c’è Letizia Battaglia, poi scaraventata a terra dal calcio con cui l’ha colpita per allontanarla. Questa è una delle immagini più importanti della cronaca contemporanea, testimone della lotta alla criminalità organizzata.
Letizia Battaglia lo ha fatto per anni: non ha mai accettato di fare un passo indietro, ma ha sempre tenuto gli occhi puntati sulla realtà, anche se spesso era terribile. La stessa realtà che anima in scala di grigi, per mostrare tutte le sfumature che ci appartengono come esseri umani.
Dalla Sicilia agli Stati Uniti, il suo impegno civico non è mai venuto meno: nemmeno la malattia le ha permesso di lasciare la sua macchina fotografica. Proprio lei è stata la prima donna europea ad aggiudicarsi il premio internazionale Eugene Smith e a dimostrare come non le sia mai interessato vincere, ma fare le cose. Letizia ne ha fatte tante e noi le siamo grate di ognuna di esse.
Margaret Bourke-White
Margaret Bourke-White è la fotografa che più di tutte ha avuto un unico limite che era non porsi limiti. Lei, dalla vetta del mondo, è riuscita a raccontare i grandi avvenimenti del Novecento districandosi in un mondo di uomini.
Dal padre ha ereditato un profondo amore per le macchine e per tutto ciò che riguardava il progresso: forse per questo ha detto che l’industria è il vero luogo dell’arte e che i ponti, le navi, le officine hanno una bellezza inconscia perché riflettono lo spirito del momento.
Tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta del Novecento ha creato dei reportage meravigliosi sull’industria americana, tanto che un suo scatto ha trovato posto sulla copertina del primo numero della leggendaria rivista LIFE, ha documentato l’entrata delle truppe statunitensi a Berlino e gli orrori dei campi di concentramento, ha realizzato dei ritratti iconici di Stalin e Gandhi e potremmo proseguire per ore.
Ogni obiettivo che si prefissava diventata realtà, grazie ad un talento, una passione e una determinazione che erano mossi dalla consapevolezza che la fotografia fosse la sua unica strada. L’ha dovuta abbandonare alla fine degli anni Cinquanta a causa dei sintomi del Morbo di Parkinson che l’ha colpita ancora giovane, ma anche in questo caso l’indistruttibile Maggie si è gettata anima e corpo nella scrittura.
Vivian Maier, pioniera della street photography
Se non fosse stato per John Maloof, probabilmente noi oggi non conosceremmo il talento di Vivian Maier.
Ma partiamo dall’inizio di questa storia: era il 2007 quando il figlio di un rigattiere, John Maloof, si stava dedicando ad una ricerca su Chicago. Non disponendo di molto materiale, acquistò ad un’asta una box che conteneva tantissimi negativi da sviluppare, appartenente ad una donna che per problemi economici aveva smesso di pagare l’affitto.
Dopo aver stampato alcune di queste foto e averle condivise online, riscosse un così grande successo da iniziare la ricerca dell’autrice di questi scatti, risalendo poi a Vivian Maier. Originaria di New York, lavorò tutta la vita come bambinaia, ma grazie ai soldi di un’eredità acquistò una macchina fotografica.
La fotografia era la sua fedele compagna di quotidianità, con cui trascorreva intere giornate osservando per strada ogni persona con cui entrava in contatto. Mentre era in servizio dalla famiglia Gensburg, intraprese un viaggio di 6 mesi visitando India, Yemen, Thailanda, Italia e Francia.
Poi passò alla fotografia a colori con diverse fotocamere, tra cui una Kodak e una Leica. Nel 1975 la madre morì e negli anni successivi lei continuò il suo lavoro di bambinaia, trasferendosi presso una nuova famiglia e portando con sè numerose casse che contenevano il suo archivio fotografico personale.
Negli anni successivi, grazie al supporto dei fratelli Gensburg, si ristabilì da alcuni problemi finanziari, ma nel 2009 morì dopo un incidente in cui aveva sbattuto la testa. La maggioranza delle fotografie di Vivian Maier sono state scattate tra le strade di Chicago e New York, nei quartieri che lei frequentava abitualmente durante le sue passeggiate. I suoi scatti sono evocativi e allo stesso ruvidi, esplodendo per un potere comunicativo fuori dal comune e per la straordinaria attualità.
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Nan Goldin tra arte e attivismo
Nancy Goldin, originaria di Washington, DC, è la più giovane di quattro figli in una famiglia ebrea di estrazione borghese. La sua infanzia è stata scossa da un evento di una portata emotiva devastante: il suicidio della sorella maggiore diciottenne Barbara, quando Nancy aveva appena 11 anni.
A 14 anni lascia la sua casa e trova alloggio in una casa famiglia a Boston e qui avviene uno degli incontri più importanti della sua vita e della sua carriera: quello con David Armstrong, a cui si deve anche la nascita del celebre soprannome Nan. Insieme condividono la passione per l’arte, la fotografia e l’universo queer tanto che il suo sogno era quello di portare una drag queen sulla copertina di un numero di Vogue.
Dopo il diploma alla School of the Museum of Fine Arts di Boston, approda nella città tutto è possibile: e qui prende corpo, tra il 1979 e il 1986, la sua serie fotografica The Ballad of Sexual Dependency. Inizialmente uno slideshow di 45 minuti che poi diventa un libro in cui sono ritratti lei e il suo gruppo di amici nei luoghi più underground della città.
Tutto cambia però dopo il suo ricovero a causa della dipendenza dalle droghe e l’epidemia di AIDS che colpisce tantissimi dei suoi amici. Così dedica gli anni 90′ all’attivismo e alla sensibilizzazione sul tema, aggiornando The Ballad con le immagini tragiche di questi anni.
Ma non finisce qui perché Nan Goldin è irrefrenabile: nel 2017 si schiera contro la famiglia Sackler, produttori dell’OxyContin, farmaco responsabile della dipendenza e della morte di migliaia di persone. Così fonda il collettivo PAIN e inizia una serie di proteste nei musei mettendo in evidenza l’operato dei Sackler. Non mancano mostre, progetti, film: Nan Goldin si lancia con il corpo e con la macchina fotografica come una guerriera in battaglia: le sue fotografie parlano di intimità, cruda realtà e dello sguardo femminile.
Susan Meiselas e il suo corpo come archivio
Perché una giovane insegnante di fotografia sceglie di partire per documentare una guerra civile in Nicaragua? Per una profonda curiosità verso il mondo: questa è Susan Meiselas. Originaria di Baltimora, si è presto trasferita a New York dove vive ancora oggi, nello stesso quartiere di Little Italy.
Dopo gli studi in antropologia al Sarah Lawrence College ed educazione visiva all’Università di Harvard, dal 1972 al 1974 ha insegnato fotografia nelle scuole. Il suo primo progetto fotografico memorabile è stato Carnival Strippers: ha seguito un gruppo di spogliarelliste alle fiere di paese tra New England, Pennsylvania e South Carolina. Non si limitava ad osservarle durante la performance ma, dopo aver conquistato la loro fiducia, le seguiva nei camerini raccontandone la loro quotidianità oltre il palcoscenico.
Poi c’è stata la scelta di partire per il Nicaragua, per documentare la Rivoluzione sandinista nel paese dell’America centrale; i suoi scatti a colori del conflitto sono stati pubblicati da riviste di tutto il mondo. Ha iniziato a lavorare come fotografa freelance e nel 1976 si unisce a Magnum, di cui oggi è presidentessa.
Poi ci sono stati il libro “Kurdistan: in the Shadow of History” da cui è nato anche un sito, akaKurdistan, dove la fotografa inserisce foto e materiale d’archivio sulla storia curda, invitando la gente stessa a integrare informazioni aggiuntive. E arriviamo ad uno dei suoi progetti più recenti, “A Room Of Their Own”, che esplora le esperienze delle donne in un centro di accoglienza femminile nelle West Midlands dell’Inghilterra. Oltre ai suoi scatti, ha tenuto una serie di workshop con le donne ospiti del centro per creare storie di narrazione visiva in cui combinare fotografie, testimonianze e opere d’arte originali.
Perché per Susan Meiselas non conta solo lo scatto, ma il cuore è sempre la persona.
Cindy Sherman e il travestimento fotografico
I travestimenti fotografici nell’arte contemporanea, soprattutto attraverso e grazie la fotografia, da Duchamp in poi, sono un elemento acquisito nella poetica di numerosi autori e numerose autrici. Molti hanno utilizzato l’arte del travestimento per abbattere le arcaiche definizioni di genere.
Un esempio noto e straordinario è quello della statunitense Cindy Sherman, che nel 1978 con Untitled Movie Stills, si è trasformata in diverse star del cinema: questa serie di 69 fotografie di piccolo formato in bianco e nero è ispirata agli schemi della comunicazione cinematografica. Sherman nei suoi autoscatti non appare per smanie di protagonismo, ma per rappresentare il mondo e la cultura dell’epoca, insieme ai suoi stereotipi.
Il suo lavoro di ritrattista infatti è una parodia dell’immagine che danno i media della donna e se da una parte i suoi camaleontici travestimenti esprimono la ribellione e il rifiuto nei confronti degli stereotipi della cultura di massa, dall’altra svelano anche quanto la costruzione dell’identità venga fortemente influenzata dai modelli imposti da un determinato contesto socio culturale.
“Volevo imitare qualcosa di appartenente alla cultura, e nel contempo prendermi gioco di quella stessa cultura”: possiamo dire che il suo gioco delle identità è incredibilmente affascinante e attuale.
Francesca Woodman e le sue disordinate geometrie interiori
Momento verità: io (Anna) ho un tatuaggio dedicato a Francesca Woodman; questo la dice lunga sulla devozione che nutro per lei e sul motivo per cui l’abbiamo scelta per concludere questo articolo dedicato alle fotografe famose che dovresti conoscere.
Francesca ha scoperto la fotografia molto giovane, sviluppando i primi lavori a soli 13 anni. Se penso a lei, mi viene subito in mente una condizione di eterna irrequietezza: corre, si arrampica, fugge e in ciascuna delle sue foto mescola assenza ed ironia, vuoti e pieni.
Quasi tutte in bianco e nero e scattate tra il 1972 e il 1982, le sue fotografie hanno indagato la femminilità, il corpo e i suoi movimenti. Usando esposizioni lunghe o doppie esposizioni, che le permettevano di partecipare in prima persona all’impressionamento della pellicola, i suoi scatti rivelano un talento innato per la composizione e l’uso della luce.
“Some disordered interior geometries” è il titolo della sua sola raccolta realizzata in vita: una serie di fotografie che si relazionano ai precetti di un vecchio libro scolastico di geometria. Qui Francesca non espone il suo corpo nudo in quanto sovrastruttura culturale, ma lo utilizza in relazione all’ambiente naturale e architettonico circostante.
Morta suicida a soli 22 anni, pochi giorni dopo la pubblicazione della sua prima raccolta, ci ha lasciato un patrimonio a mio avviso inestimabile.






