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L’uomo che rubò Banksy: quando la street art va al cinema

Era da tanto che non andavo al cinema, soprattutto da quando è arrivato Thor, ma questa volta ero particolarmente curiosa e così poltroncina rossa fu! Il film di cui voglio parlarti si intitola “L’uomo che rubò Banksy” di Marco Proserpio, narrato da Iggy Pop, ed è stato proiettato al cinema solo l’11 e 12 dicembre nell’ambito del progetto della Grande Arte al Cinema. La storia è quella di un taxista di Betlemme, Walid, che ha staccato da un muro un’opera del famoso street artist di Bristol: come mai lo ha fatto? Che conseguenze può avere questo tipo di gesto? Le opere di street art sono di proprietà dell’artista o del proprietario del muro? Tante domande per un documentario della durata di appena 90 minuti, ma proviamo a procedere per punti!

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L’uomo che rubò Banksy: la trama

Partiamo dall’inizio: nel 2007 Banksy e molti altri artisti internazionali si sono introdotti nei territori occupati di Betlemme per trasformare il grande muro di separazione in una sorta di museo a cielo aperto. Se molti abitanti del posto hanno apprezzato le loro intenzioni, riconoscendosi e affezionandosi alle opere d’arte, per altri è stata unicamente una mossa mediatica. In particolare un’opera di Banksy non è stata proprio apprezzata dalla comunità: mi riferisco al muro del soldato israeliano che chiede i documenti all’asino. Secondo alcuni abitanti di Betlemme, essere ritratti come asini davanti al mondo è stato offensivo e irrispettoso. A vendicare  questo affronto ci hanno pensato un imprenditore locale, Maikel Canawati, e soprattutto Walid, il famigerato taxista di cui ti ho accennato prima. Con un flessibile ad acqua e l’aiuto di un piccolo gruppo di uomini, Walid e altri hanno tagliato il muro e hanno deciso di metterlo in vendita: il ricavato ottenuto doveva essere utilizzato “non per meri fini individualistici”, ma per ristrutturare una chiesa di Betlemme.

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@Rolling Stone

Questo documentario si muove su diversi piani: prima di tutto si parla di Banksy, del suo lavoro, del suo rapporto con i media e di come viene considerato da cittadini e artisti locali. Poi si approfondiscono alcune tematiche relative alla street art con due focus particolari: appartenenza ed eredità storica. Infine, presenza silente ma violentissima, si parla del muro che separa Israele dalla Palestina e del dramma degli abitanti di Betlemme. Ma partiamo proprio da quest’ultima tematica storico-sociale che mi ha colpito tantissimo.

Il muro tra violenza e arte

Il muro, che è probabilmente il protagonista indiscusso di questo documentario, è l’impenetrabile barriera di cemento e filo spinato che costeggia e attraversa le aree occupate della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, realizzato dal 2002.  La posizione ufficiale di Israele è che serve a bloccare gli attentati terroristici, mentre per la popolazione palestinese peggiora sensibilmente le condizioni di vita. La vita al di là del muro infatti non è affatto semplice e durante il documentario Walid ne parla in modo molto emozionante. A causa di questo muro infatti le persone non riescono a vedere che cosa c’è oltre la loro parte di città e di quartiere e si trovano in una prigione aperta, in cui il cielo sembra sempre più piccolo e irraggiungibile. Molti artisti, tra cui proprio Banksy, hanno deciso di trasformarlo in un museo all’aperto: l’obiettivo è quello di riempirlo di talmente tante opere di street artists famosi, da metterlo poi all’asta, certi di guadagnare una cifra superiore rispetto a quella spesa per costruirlo. Sogno o realtà?

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La street art di chi è?

L’uomo che rubò Banksy” analizza una tematica molto importante: l’opera è dello street artist o del proprietario del muro? Chi può decidere di farne cosa? Walid ha ribadito come l’opera del soldato e dell’asino di Banksy non fosse di proprietà dell’artista, ma del proprietario del muro su cui è stata realizzata. Sono molti i collezionisti e i galleristi che la pensano allo stesso modo e che offrono questo tipo di servizio: su richiesta del proprietario della struttura, si occupano di staccare il muro con l’opera e di esporlo nelle loro gallerie o rivenderlo al miglior offerente, ovunque si trovi. Altri invece dicono di svolgere questa pratica solo ed esclusivamente per salvare le opere: la street art viene definita effimera anche perché le opere spesso spariscono dopo pochi anni a causa delle condizioni atmosferiche e di altri fenomeni esterni.

E da qui sorge la seconda domanda: è giusto staccare le opere dai muri per preservarle a tutela storica o uno degli aspetti centrali della street art è proprio che i murales debbano fare il loro corso, anche sparendo e venendo trasformati in qualcosa di nuovo? La stragrande maggioranza di questi interventi di “salvataggio delle opere” viene fatta senza consultare l’artista e questo ha causato grandi reazioni. Fino a dove si parla di tutela e quando si sfocia in scelte individualiste ed economicamente convenienti? E qui di seguito sorge l’altra grande domanda.

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Street art: contesto sì o no?

L’altro grande problema affrontato in “L’uomo che rubò Banksy” riguarda la ricollocazione dell’opera, solitamente all’interno di un capannone o di una galleria. Le opere di street art non vengono realizzate casualmente in un determinato luogo, ma devono dialogare con la comunità e lo spazio di riferimento. Prendere un’opera e portarla via dal suo contesto, rischia di snaturarla o è un modo per conferirle un nuovo significato e una nuova vita, più a lungo termine? Per la mia esperienza, uno degli aspetti che più amo della street art è quello di camminare per ore per una città e farmi folgorare da opere che non mi aspettavo di trovare o che cercavo da tempo.

L’idea di visitare una mostra con dei pezzi di muri attaccati ad una fredda parete rende tutto molto più arido, come nel caso della mostra che abbiamo visitato proprio un paio di giorni fa al Mudec. In più al giorno d’oggi si stanno facendo tantissimi progressi riguardo a prodotti che vengono utilizzati per proteggere i murales dall’azione del tempo e degli agenti atmosferici, tutelandoli però esattamente nel posto in cui sono stati realizzati. Sarebbe bello che la street art venisse percepita sempre di più come un bene comune e che la comunità ospitante fosse disposta a prodigarsi per la tutela delle opere! E tu cosa ne pensi?

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