Lucio Fontana e il suo mondo tra colore, spazio e segno

In occasione della mostra che verrà ospitata all’Hangar Bicocca dal 21 settembre al 25 febbraio 2018, approfitto per parlare di Lucio Fontana, artista eccentrico e poliedrico, tra i più acclamati della sua epoca, che ha rivoluzionato il concetto dell’arte e del rapporto tra la pittura, la scultura e lo spazio. Nato nel 1899 a Rosario di Santa Fé, in Argentina, da genitori di origini italiane, iniziò l’apprendistato da artista giovanissimo, in Italia, dove fu mandato dai genitori e affidato allo zio. Il suo primo maestro fu proprio il padre scultore, nel frattempo rientrato in patria; il secondo è stato il grande Adolfo Wildt, di cui seguì i corsi all’Accademia di Brera, già 28enne. L’influenza di Wildt è stata forte nelle opere giovanili, in particolare in quelle realizzate per il Cimitero Monumentale di Milano, dalle superfici levigatissime e dalle agili figure, severe ma elegantissime.

lucio fontana

@RestaurArs

Quelli che seguono la formazione sono anni intensi per Lucio Fontana: tra gli eventi più significativi spicca la partecipazione alla XVII Biennale di Venezia e la sua prima mostra personale alla Galleria del Milione, dove ha esposto un’opera, Uomo Nero, fortemente innovativa, che ha segnato l’inizio della ricerca artistica e sperimentale attorno alle figure umane. Quest’ultime, sintetizzate in figure geometrizzanti e composte in vari materiali quali il gesso e il ferro, ma anche su supporto cartaceo e tavolette, hanno impresso una svolta astratta al suo operato artistico. Del resto quelle sculture esili richiamano l’astrattismo di quegli artisti lombardi legati alla Galleria il Milione, ma anche del gruppo parigino Abstraction-Création.

L’attività di Fontana si è spostata poi nel campo della ceramica, a cui si è dedicato nello studio dell’amico Giuseppe Mazzotti ad Albissola: proprio nello studio del Mazzotti ha continuato la ricerca scultorea, con opere mosaicate e a tutto tondo, alcune delle quali si trovano ancora esposte sul lungomare della cittadina. La fervida attività di ceramista ha attirato l’interesse della critica, ma presto Fontana scelse di tornare a Milano, dove il legame con un gruppo di artisti lo ha portato alla stesura del Manifesto dello Spazialismo: la filosofia di Lucio Fontana, condivisa dagli artisti firmatari del manifesto, verteva sulla necessità di un’innovazione profonda dell’arte, che portasse la pittura e la scultura ad uscire dai limiti in cui erano imprigionate, a favore di un’arte plurima, una fusione tra linea e spazio. L’opera che sancisce la seconda svolta artistica della carriera è stata Ambiente spaziale a luce nera, che coinvolgeva l’opera stessa e lo spazio che la circonda. Segue poi la serie dei Buchi, dove la tela viene incisa con un punteruolo in più punti, in una accostamento di linee cromatiche e incisioni scultoree.

lucio fontana

@Lucio Fontana, Ambiente spaziale a luce nera

L’epoca delle grandi sperimentazioni iniziò negli anni ’60, prima con la serie Olii, dove torna il motivo dei buchi e lacerazioni ma su uno spesso strato di pittura che inonda le sue tele; seguita dai Metalli, dove squarci e tagli vengono impressi stavolta su supporti a lamiera; poi ancora Fine di Dio e i Teatrini; fino alle celebri Ellissi, tavole ovali monocromatiche lacerate da tagli e squarci, ove la sintesi tra pittura e scultura, colore e spazio giunge a un’unione quasi minimalista. I profondi tagli nelle tele si faranno sempre più essenziali negli ultimi anni della sua carriera artistica e in queste ultime opere, purissime nel colore e nella linea (entrambi unici, nel senso del monocromatismo e dell’essenzialità) l’artista giunge al culmine della sua ricerca spaziale: quell’unico squarcio sulle superficie pittorica simboleggia un varco verso l’infinito, un passaggio tra il buio e la luce.

Nel 1968 Fontana lascia la città e si trasferisce a Comabbio, in provincia di Varese, dove morirà il 7 settembre di quell’anno. Lucio Fontana è passato alla storia per aver annullato la distinzione tra pittura e scultura, per aver sconfitto la bidimensionalità della superficie pittorica e per aver introdotto il concetto dello Spazialismo, che concepisce l’opera d’arte come un concetto più ampio, che comprende sia il manufatto artistico che l’ambiente che la circonda: un genio assoluto del Novecento.

 

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1Comment
  • andrea
    Posted at 13:43h, 20 agosto Rispondi

    non ne avevo mai sentito parlare. molto affascinante

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