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The Cleaner di Marina Abramovič: il racconto della mostra di Ilaria

Finalmente in Italia, a Firenze, la mostra The Cleaner di Marina Abramovič ripercorre le principali tappe della carriera dell’artista partita da Belgrado e diventata un caposaldo nella storia dell’arte contemporanea. Rivoluzionaria, enigmatica e controversa la Abramovič ha abbattuto i confini e i preconcetti della storia dell’arte, rendendola non più una dimostrazione, ma una azione.

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The Cleaner di Marina Abramovič a Firenze

Ad accoglierci nella prima sala di Palazzo Strozzi di Firenze, troviamo “Imponderabilia” (1977) un riadattamento della performance che più di tutte ha scosso e segnato la storia. A turno i due performers, scelti dall’artista stessa, nudi uno di fronte all’altro, lasciano a noi la possibilità di passare attraverso di loro  per proseguire il percorso. Cosa ci delude? Sicuramente la possibilità e non “il dovere”. La performance nel 1977 infatti era inequivocabile. “Se vuoi entrare nella Galleria d’arte Moderna di Bologna, devi “attraversarci”: questo era il chiaro messaggio della coppia Abramovič-Ulay.

Proseguendo nelle altre sale troviamo il filo rosso delle Relazioni. Relazioni numero uno, due e tre. Come fossero teli di un sipario o atti di uno spettacolo teatrale, questa serie di opere ci apre o meglio “sfonda” le porte verso il mondo dell’artista. Presenti in mostra troviamo “Relation in Time” sempre del 1977 dove Marina e Ulay si legano i capelli formando una specie di cordone ombelicale, trasformandosi in un essere unico. Immagine iconica che si accompagna a “Rest Energy” del 1980. Straordinaria, in cui il sottofondo del battito accelerato dei cuori di Marina e Ulay accompagna la performance. I due corpi sono uno di fronte all’altro. Di nuovo. Ma questa volta Ulay tende la corda e Marina regge un grosso arco. Di certo si sono voluti mettere alla prova, come ha evidenziato Marina: “Era la rappresentazione più estrema possibile della fiducia. Se Ulay avesse mollato la presa, avrei potuto trovarmi il cuore trafitto”.

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@Palazzo Strozzi, The Cleaner

Ma come in ogni relazione c’è un’inizio e una fine. E per i due amanti dalle imprese straordinarie come dirsi addio? Ovviamente in grande stile. Nel 1988 nella Grande muraglia Cinese: Marina parte da Shanghai e comincia a camminare verso Ovest, mentre Ulay si muove nel deserto del Gobi procedendo verso Est. Dopo 90 giorni i due si incontrano a metà della Grande Muraglia per dirsi addio: di certo un saluto d’effetto. Marina poi, resta sola e procede per la sua strada. La Muraglia è stata attraversata, ma lei pensa bene di ripercorrere le sue radici. Tornare a casa, a Belgrado.

Si succedono nelle altre sale espositive opere che nascono e provengono dalla sua terra e dai suoi drammi. Lavori d’impatto: è il caso della guerra in Bosnia che  ispira l’opera “Balkan Baroque” (1997), con cui vince il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia. O ancora il ciclo “Balkan Erotic Epic” (2005). Il percorso principale si conclude poi con una serie di installazioni dove noi spettatori siamo chiamati a recitare. Niente artisti, solo noi e gli altri. Stavolta siamo noi ad agire, come fossimo nei panni di Marina. Nel caso di “The Artist is Present“(2010), sembra proprio di “sedere di fronte a lei”. Nella stanza troviamo due sedie. Dietro di noi, sullo sfondo, da una parte ci sono gli sguardi sempre identici di Marina, dall’altra i volti e le espressioni sempre diverse degli spettatori. Ci rimanda ad uno dei suoi lavori più conosciuti. Al MoMA di New York, la performance è durata  700 ore, tempo in cui la Abramovič si è trovata, per l’appunto,  faccia a faccia con 1675 persone, immobile e in silenzio.

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@Moma, The Artist is Present

Il percorso si conclude poi nel piano inferiore di Palazzo Strozzi dove video installazioni illustrano le performances più celebri. “Art Must Be Beautiful/Artist Must Be Beautiful” (1975) o “The Freeing Series” (Memory, Voice, Body, 1975). Di certo non si può definire una mostra incompleta. L’evento è riuscito a donarci più di 100 opere offrendo finalmente una panoramica dagli anni sessanta ai duemila dei lavori più famosi della artista. Si passa dal video al dipinto, dalle installazioni a vere e proprie performances: sono proprio queste ultime a reggere l’intero evento espositivo. In mostra, basta girare l’angolo per vedere alcune esecuzioni dal vivo. Per Marina queste esecuzioni non sono “copie” o repliche della sua produzione anzi, appaiono come “vere e proprie estensioni”.

The Cleaner di Marina Abramovič ci porta  nei meandri dell’anima dell’artista e forse scava un po’ anche dentro noi stessi. L’artista è riuscita a far parlare di sé anche in  questo caso. Criticata, discussa e perturbante la donna è riuscita a farci aprire gli occhi (e non solo) verso qualcosa di nuovo: l’arte performativa. Siamo cresciuti con l’idea che l’arte sia spesso e volentieri  un quadro o il riflesso di qualcosa di eterno. Che sta lì, sempre. E se invece si parlasse di un’azione che da un momento all’altro potrebbe finire?

 

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