Daniela Iride Murgia: intervista all’artista che racconta Duchamp da bambino

I libri di illustrazione sono da sempre una nostra grande passione, figuriamoci poi quando raccontano la vita dei nostri artisti preferiti: proprio per questo motivo, siamo rimaste conquistate dal libro/biografia dedicato all’infanzia di Marcel Duchamp. Le illustrazioni di Daniela Iride Murgia sono un autentico toccasana per l’anima e la mente, così abbiamo deciso di proporle un’intervista, cogliendo al volo la possibilità di conoscere meglio il suo mondo fatto di arte e bellezza. Sei curioso di scoprire che cosa ci ha raccontato? Buona lettura!

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daniela iride murgia opera

@Daniela Iride Murgia

Ciao Daniela, innanzitutto vorremmo chiederti quali sono tre aggettivi che useresti per descriverti?

Difficile suggerire tre aggettivi che mi descrivano. Ho una sorta di venerazione per la riservatezza e poi credo non si abbia mai la lucidità necessaria per descriversi. Mi diverte molto invece leggere che cosa vedono gli altri nel mio lavoro. “Art is Life – Life is Art”; diceva il grande movimento artistico che è stato Fluxus: che grandi sismografi della società sono stati questi! Credo ci abbiano suggerito che siamo tutti indistintamente uomini e artisti della nostra vita, siamo noi a disegnarla e a reimpostarla ogni volta uno schizzo fortuito del destino macchia la pagina bianca del vissuto quotidiano.

Sappiamo che ti sei laureata in Arte Orientale e hai conseguito un Master in Illustrazione: quando è nata la passione per l’arte?

Mi piace pensare che ci sia stata arte tutto intorno a me, sin dal primo momento che ho aperto gli occhi sulle cose. L’unico modo di possedere le cose è osservarle. Credo non ci sia niente che mi abbia aiutato a superare la noia del quotidiano, i lutti, le tensioni, più dell’arte e del suo studio. Abbasso le difese solo davanti ad un’opera d’arte, è dentro ad un museo o difronte ai rami di un albero ed è rassicurante per me sapere che la realtà della natura è così autentica che mai riusciremo a riprodurla per quello che è veramente. Siamo destinati a fare fotocopie del reale; ci vuole accettazione della propria finitezza. Amo le fotocopie quando sono una reinterpretazione dell’origine, una sovrapposizione eterna. L’arte orientale, allontanandosi dal reale per tradizione, può essere motivo di contemplazione perenne; qui ci sono pause; è un’arte capace di rappresentare il silenzio e di dare spazio al vuoto. L’assenza di qualcosa implica la possibilità di ritrovare quel qualcosa trasformato e traslato altrove.

daniela iride murgia autoritratto

@Daniela Iride Murgia

Com’è la tua scrivania mentre lavori? Che cosa non può mai mancare?

La mia scrivania ha un suo caos ordinato: è un territorio sacro, nessuno può toccare niente! Posso essere molto generosa nel prestare i miei strumenti, ma è necessario chiedermi il permesso; insomma non si entra in un tempio senza togliersi le scarpe 😉  Sono talmente tanti gli oggetti che non possono mancare, provo a elencarne alcuni; gli occhiali, schiere di pastelli, matite, penne, la macchina per cucire, il bisturi per il paper cutting, i libri tutto intorno sotto e sopra, centinaia di tessuti e carte, lo scanner, la sedia Stokke che mi tiene la schiena dritta, ogni giorno.

daniela iride murgia dettaglio

@Daniela Iride Murgia

Abbiamo letto che prediligi le tecniche manuali: puoi spiegarci il tuo iter lavorativo?

Non c’è una tecnica manuale che non mi entusiasmi, uso il disegno a china, le matite colorate, il paper cutting, il cucito, il collage, l’acquerello. Mi piace mischiare tutte queste tecniche insieme: intervenire poi anche con il digitale su quanto realizzato manualmente penso a volte possa dare il massimo del risultato. Ma la tecnica è relativa e trova forza di espressione solo se sempre al servizio di un contenuto e di una narrazione. Quindi è sempre la storia a suggerire come e quale tecnica utilizzare!

Quali sono i progetti che hai realizzato a cui sei più affezionata?

C’è un bellissimo proverbio arabo che dice: “Ogni scimmia agli occhi della propria madre è come una gazzella”. Tradotto; Ogne scarrafone è bell’ a mamma soja! Ho amore per tutto quello che faccio, lo curo fino allo sfinimento. Sono ben cosciente che ci sono progetti/figli molto meno riusciti di altri, e come i figli più fragili li amo possibilmente di più. Gli albi dove io posso studiare e inserire la mia interpretazione di un grande artista, sono forse quelli che più mi coinvolgono. Per questo sono molto affezionata a “Max Ernst, El hombre pájaro”, Marcel. Il bambino con la scatola verdee “I fiori della piccola Ida”.

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@Daniela Iride Murgia

Ci siamo innamorate del tuo libro illustrato dedicato a Marcel Duchamp: puoi raccontarci com’è stata questa esperienza?

Di cosa abbia rappresentato per me interpretare Marcel Duchamp bambino ne parlo in un lungo post pubblicato sul blog dei Topipittori, la bellissima casa editrice che ha deciso di pubblicare “Marcel.Il bambino con la scatola verde” e che è stata imprescindibile nel fare l’editing del libro. In quell’articolo mi domando quante pieghe di memoria in comune abbia avuto la mia infanzia con quella di Marcel Duchamp. Forse nessuna: è possibile che il mio foglio di memoria spiegazzato volesse poggiarsi su quello di Marcel bambino e illudersi di combaciare. Mi interessa in profondità la vita degli artisti. Mi capita di passare giornate intere a immaginare la genesi dell’opera di un’artista che risiede verosimilmente in un seme gettato in una lontana infanzia. Mi interessa tracciare la traiettoria che quel seme percorre fino a raggiungere il presente. Quanti semi ha gettato la memoria di quel genio di Marcel Duchamp? Talmente tanti che ancora ne stiamo raccogliendo i germogli, talmente tanti che la sua arte è madre di quella contemporanea. In questo progetto quello che ha aiutato ad affrontare la difficoltà del vuoto iniziale, di segno e testuale della pagina, è il colore; la memoria non è fatta di solo pieghe ma anche di colore. Marcel Duchamp è stato un personaggio complesso eppure delineato da caratteri precisi, i colori che potevano rappresentarlo in questo albo sono quindi pochi e decisi e ritornano proprio come ritornano i ricordi, i colori sono prove del passato.

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@Daniela Iride Murgia

Nell’albo il blu intenso degli occhi di Duchamp, descritto da molte testimonianze, non è mai un colore a piena campitura, rimane invece un colore che traccia linee, piccoli cerchi, biglie, curve, binari, linee geometriche moderniste, spirali e rimane fedele solo all’iride luminosa degli occhi dell’artista. I colori scelti nell’albo per raccontare l’infanzia di Marcel sono quelli primari – giallo, rosso, blu – e il verde; sono i colori del modernismo, delle avanguardie e del suprematismo, colori di “sintesi”, espressione, nella loro fermezza, di una rivoluzione e si prestano a rappresentare la vita e il gesto artistico. È sempre Duchamp adulto e infantile a suggerire con immediatezza i tratti attraverso i quali descrivere Marcel bambino, è tutto vero quando nell’albo Marcel preferisce la cioccolata e i cracker a qualsiasi altro cibo; i biscotti e la cioccolata sono ripresi da descrizioni accertate della sua biografia.

Pare che il suo studio fosse caotico, disordinato, pieno di vestiti, oggetti, appendiabiti per terra (che in seguito, inchiodati al pavimento, diventeranno opere d’arte), pacchetti di cracker e tavolette di cioccolato svizzero dappertutto: il suo pasto abituale. Duchamp dice di non aver mai raggiunto l’età adulta e da molti amici/amiche è descritto come un eterno bambino, compresa la sua figura gracile, elegante, a tratti “angelica”. Gli spazi d’infanzia Duchamp se li è sempre portati appresso, li ha sublimati, organizzati, concentrati in una scatola/valigia che poteva contenere letteralmente tutto. Solo un genio poteva rivoluzionare il mondo con uno scolabottiglie, una ruota di bicicletta e un gomitolo di spago in una eterna partita a scacchi mai conclusa!

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@Daniela Iride Murgia

Sappiamo che hai progettato e curato diverse mostre in collaborazione con artisti e architetti: com’è nata l’idea di fondare M+B studio?

Ormai lo studio è nato tanti anni fa, non da un’idea precostituita, ma da piccole concretezze, dal duro lavoro, giorno dopo giorno. Adesso lo posso dire, eravamo giovani, non ci siamo mai risparmiati. Insomma se la passione non è sostenuta dal duro lavoro non si può arrivare a un livello di expertise valido. Gli artisti, gli architetti, le fondazioni, tutta la piattaforma di prim’ordine con la quale lo studio collabora oggi, richiede un costante sforzo di adeguamento alla qualità molto alta che è richiesta. È un onore e uno scambio intellettivo impareggiabile per lo studio lavorare con tutte queste persone!

Infine vorremmo chiederti qual è il tuo sogno nel cassetto in ambito lavorativo?

Trovo divertente ma anche di monito quello che Jean-Paul Sartre, nel suo Pensare l’arte, i suoi scritti di estetica, diceva: “L’artista è un sospetto; chiunque può interrogarlo, arrestarlo e trascinarlo davanti ai giudici; ogni sua parola, ogni sua opera può ritorcersi contro di lui. Gode di enormi vantaggi, ma ogni cittadino ha, in cambio, il diritto di chiedergliene conto”. E però io credo che l’artista così come l’illustratore non sia fatto solo di coscienza e responsabilità, di avvedutezza e controllo ma anche e in ugual misura di sconsideratezza, di slancio, di generosità immaginativa, di vuoti da riempire e di bui da accendere. Dobbiamo deragliare, uscire fuori dai binari della consuetudine. Questo implica rischio e fatica; rischio di non essere compresi quando facciamo qualcosa di nuovo e diverso, fatica di allenare lo sguardo a non avere paura del diverso. Il mio sogno nel cassetto è continuare a non aver paura del diverso e poterlo raccontare.

 

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