Villa Beer a Vienna: la casa che insegna l’architettura per le persone
Ogni casa custodisce le storie delle persone che l’hanno abitata. Ci sono case poi che custodiscono molto più delle storie di chi le ha vissute e per spiegarti bene cosa intendiamo ti raccontiamo di Villa Beer, la villa modernista che ha riaperto da poco a Wenzgasse, nel quartiere di Hietzing, a Vienna.
Quando abbiamo scelto di visitare Villa Beer pensavamo di trovarci di fronte solo ad uno splendido esempio di modernismo, una villa architettonicamente rilevante e di interesse per chi si occupa di interior design. Trovandoci là di persona, abbiamo scoperto che questa casa apre le porte a un mondo enorme, che ci ha fatto scoprire ad esempio cosa significa davvero progettare architetture per le persone, che il design democratico che oggi conosciamo grazie ad IKEA in realtà affonda parte delle proprie radici proprio qui e che a volte, i muri delle abitazioni trattengono storie e le rilasciano quando è il momento che il mondo ne venga a conoscenza.
Per questo motivo, non solo ti consigliamo di visitare Villa Beer quando sei a Vienna, ma di vivere questa esperienza come un momento in cui puoi camminare, vivere e anche dormire se vuoi (di questo ti parliamo dopo) in questo capolavoro della creatività del ‘900.
Indice
Come nasce Villa Beer
La storia di Villa Beer inizia nel 1929, quando Julius e Margarethe Beer acquistano un terreno nel quartiere di Hietzing, una zona residenziale di Vienna dove all’epoca vivevano diverse famiglie benestanti della città.
Julius Beer era co-proprietario della Berson, un’azienda attiva nella produzione di gomma, mentre Margarethe proveniva da una famiglia di industriali. I Beer appartenevano alla borghesia ebraica viennese ed erano molto legati al mondo della cultura e della musica: quando decisero di costruire la loro nuova casa, desideravano quindi uno spazio pensato per la vita quotidiana della famiglia, ma anche per accogliere ospiti e organizzare serate musicali. Non è un caso che uno dei punti centrali della villa fosse proprio un pianoforte a coda Bösendorfer.
Per realizzarla si rivolsero a Josef Frank e Oskar Wlach, due protagonisti della seconda stagione del modernismo viennese, che in quegli anni lavoravano insieme anche attraverso Haus & Garten, l’azienda di arredamento fondata nel 1925. Villa Beer sarebbe diventata il loro più importante progetto residenziale privato.
Tra il 1929 e il 1930 Frank e Wlach progettarono non soltanto l’edificio, ma anche gli interni, gli arredi e il giardino. L’idea alla base era piuttosto rivoluzionaria per l’epoca: non costringere le persone ad adattarsi alla casa, ma progettare la casa intorno alle persone che l’avrebbero abitata.
Per Josef Frank, infatti, un’abitazione non doveva funzionare come una macchina perfetta e rigida. Doveva assomigliare piuttosto a una città, fatta di percorsi, luoghi in cui incontrarsi e angoli in cui fermarsi. È un concetto che nel 1931 avrebbe raccontato nel suo saggio Das Haus als Weg und Platz, “La casa come percorso e luogo”, e che a Villa Beer si può sperimentare ancora oggi camminando da una stanza all’altra.
La famiglia Beer, però, riuscì a godersi la propria casa solo per pochissimo tempo.
All’inizio degli anni ’30 Julius Beer attraversò importanti difficoltà economiche e già nel 1932 la famiglia dovette cedere la proprietà alla compagnia assicurativa che aveva finanziato la costruzione. Negli anni successivi la villa venne affittata e tra le sue stanze passarono alcuni nomi molto conosciuti della scena musicale dell’epoca.
Poi la storia di Villa Beer si intrecciò con una delle pagine più drammatiche della storia europea. Con l’ascesa del nazismo e l’antisemitismo sempre più violento, Josef Frank lasciò l’Austria per la Svezia, dove avrebbe costruito una seconda parte importantissima della propria carriera nel mondo del design. Dal 1938 anche Oskar Wlach e diversi membri della famiglia Beer furono costretti alla fuga.
La villa rimase vuota per alcuni anni, fino a quando nel 1941 venne acquistata dalla famiglia Pöschmann, che ebbe un ruolo fondamentale nella conservazione dell’edificio e dei suoi arredi originali. Dopo la guerra fu utilizzata per alcuni anni dai servizi segreti britannici e successivamente tornò a essere una casa privata. Nel 1987 venne infine posta sotto tutela monumentale e oggi, chiunque può finalmente visitarla.
La storia di Elisabeth Beer
Nata dalla visione pionieristica degli architetti e della famiglia che l’ha commissionata, Villa Beer è stato fin dalla sua creazione un luogo speciale e lo percepisce quando si cammina attraverso gli ambienti. Una delle camere del piano superiore era utilizzata da Elisabeth Beer, figlia di Julius e Margarethe, affetta in infanzia da poliomelite che le aveva causato una lieve disabilità. La sua camera aveva una tripla funzione: era il suo alloggio, ma era anche la palestra per la riabilitazione e una camera oscura per lo sviluppo di fotografie.
Elisabeth (detta anche Liesl) era infatti appassionata di fotografia e osservava con grande ammirazione Trude Fleischmann, fotografa ritrattista che frequentava spesso Villa Beer per scattare foto di famiglia. Da questa ammirazione è nata la sua passione per la fotografia, di cui oggi rimane solo un suo auto ritratto e la certezza che avesse creato in casa sua ben 2 camere oscure, una in camera, l’altra in soffitta.
La storia di Elisabeth si interrompe bruscamente: quando la famiglia non ha ormai altra scelta che partire per gli Stati Uniti a causa del regime nazista, a lei viene negato il visto proprio a causa della sua disabilità. Liesl rimarrà a Vienna nascondendosi fino al 1942, quando fu arrestata e deportata nel campo di Maly Trostinetz.
Liesl non riuscì mai a diventare una fotografa, ma Villa Beer custodisce ancora con amore la storia di questa giovane donna.
Perché Villa Beer è così importante per l’architettura moderna
Villa Beer è considerata uno dei capolavori dell’architettura moderna viennese, ma soprattutto ha dettato un’idea pionieristica del concetto di abitare, da cui ancora oggi dobbiamo imparare. Per Josef Frank infatti una casa doveva adattarsi alle persone, non il contrario.
Un’idea opposta a quella proposta da Le Corbusier e del suo concetto machine à habiter: per Frank infatti le case dovevano rompere gli standard e seguire necessariamente criteri di comfort, accoglienza e adattamento alla vita di chi le abita; per Le Corbusier invece la priorità era seguire determinati criteri ingegneristici e tecnici.
Josef Frank aveva creato un nuovo modo di abitare, a misura di persona, e questo concetto di architettura democratica si applicherà anche alla sua vita successiva, più orientata all’interior design (non è un caso che alcuni lo ritengano il “nonno” di IKEA).
Il concetto di abitare di Frank si percepisce benissimo quando visiti Villa Beer: ogni ambiente è diverso ma collegato, non è una successione di geometrie e volumi, ma è più simile ad una danza, che ti accompagna e ti regala sensazioni differenti in ogni stanza. Soffitti bassi, soffitti alti, vetrate enormi, simmetriche o asimmetriche, una scala che non sale in modo lineare, ma è dinamica. È come se gli ambienti fossero costruiti per farti vivere un film, che regala ad ogni scena emozioni diverse, perché quando noi abitiamo un immobile, non proviamo mai le stesse identiche emozioni in ogni ambiente.
Anche gli arredi partecipano alla stessa idea. Frank e Wlach progettano mobili e interni pensando alla quotidianità di chi avrebbe vissuto la casa, senza cercare quell’uniformità stilistica tipica di molti progetti modernisti. Forme, tessuti, oggetti e materiali differenti possono convivere perché una casa, secondo Frank, deve poter cambiare insieme alle persone.
Villa Beer è un manifesto dell’architettura modernista e apre nuove domande e riflessioni sul significato di abitare, valide ancora oggi.
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Josef Frank e la nascita del design democratico
Abbiamo detto che la visione di Josef Frank non si fermava all’architettura, per lui anche il design doveva essere funzionale, accessibile e capace di adattarsi alla vita delle persone, senza imporre un unico modo di abitare.
Questa idea diventò ancora più evidente dopo il trasferimento in Svezia, dove Frank iniziò a collaborare con l’azienda Svenskt Tenn. Qui progettò mobili, tessuti e oggetti destinati alla produzione, combinabili liberamente e pensati per creare case personali, confortevoli e vissute.
È una concezione che anticipa alcuni principi che oggi associamo al design democratico scandinavo e che, molti anni dopo, avrebbero trovato una diffusione globale anche attraverso aziende come IKEA: oggetti funzionali, produzione seriale e un design pensato per entrare nella quotidianità.
Non puoi solo visitarla, puoi anche viverla
La cosa più incredibile, però, è che oggi puoi soggiornare a Villa Beer.
Dopo un lungo intervento di restauro, la villa ha riaperto al pubblico nel 2025 con un progetto che cerca di rispettare proprio l’idea con cui Frank e Wlach l’avevano immaginata.
Oltre alle visite guidate e agli eventi, a Villa Beer è possibile anche soggiornare e dormire. Alcuni ambienti sono stati infatti trasformati in camere per gli ospiti, offrendo la possibilità piuttosto rara di trascorrere una notte all’interno di uno dei capolavori del modernismo viennese.
Noi ci siamo limitate a visitarla, almeno per questa volta. Ma se stai organizzando un viaggio a Vienna e cerchi un’esperienza decisamente fuori dall’ordinario, puoi spingerti un po’ oltre: non capita spesso di poter dire di aver dormito dentro un pezzo di storia dell’architettura!









