Il ruolo della televisione pubblica

Il ruolo della televisione pubblica

In Italia la televisione pubblica, per sua espressa mission, è parte di un “servizio culturale” che lo Stato fornisce potenzialmente a tutti i cittadini per la loro educazione, formazione e informazione, ma nella realtà purtroppo le cose non stanno propriamente così. Sia le emittenti pubbliche che quelle private competono per accaparrarsi quanti più telespettatori possibile, che nel frattempo hanno perso l’habitus di cittadini per indossare quello diconsumatori. È una battaglia combattuta a suon di share e di programmi, che hanno una palese funzione diseducativa o, tutt’al più, intrattenitiva. Questa discussione vanta radici profonde, risalenti ai primi anni di nascita della televisione, come ricordato dal celebre saggio “Apocalittici ed Integrati” di Umberto Eco.

Da un lato gli apocalittici incolpavano la televisione di un atteggiamento manipolatorio, dall’altro gli integrati le hanno riconosciuto un forte potenziale di democratizzazione. A differenza degli altri strumenti di comunicazione di massa, come la radio e l cinema, la televisione è stata la prima ad entrare nelle case degli italiani, sviluppando un potere enorme. E come si sa, da grandi poteri derivano grandi responsabilità, perciò si è posta la necessità di proporre un palinsesto di qualità.

televisione

Purtroppo però, il modo di concepire l’intrattenimento, si è scontrato con interpretazioni superficiali e di comodo; ne sono le produzioni scadenti, condite – come diceva Karl Popper – di “sapori forti”, rappresentati dal sensazionalismo, dal sesso e dalla violenza. Il risultato? E’ che nei palinsesti quotidiani è sempre più difficile trovare programmi culturali di qualità, che affrontino gli argomenti con competenza, senza sfociare nella solita retorica. E se questo è vero per gli argomenti di natura scientifica, lo è tanto più per quelli di natura umanistica, come la storia dell’arte e la letteratura, spesso vittime di  interpretazioni surreali.

Chi deve subire le conseguenze di questo “tradimento” istituzionale sono giovani e, soprattutto, bambini (tra i telespettatori più fedeli e appassionati), che vedono violato il loro diritto alla buona (maestra) televisione. Mai come in questo momento, il patrimonio culturale italiano avrebbe bisogno di essere conosciuto, in primis dagli stessi italiani; per questo ha bisogno di chi ne parli e scriva non solo da dilettante, cioè da chi se ne occupa per diletto quando ha tempo, ma da professionista, cioè da chi se ne occupa a tempo pieno, e che lo faccia ricorrendo ad un linguaggio chiaro e accessibile.

Nella programmazione della televisione pubblica, tra partite di calcio e reality, talent e telefilm, la storia del patrimonio culturale sembra condannata ad un ruolo marginale. Il caso lampante è quello della storia dell’arte: nel nostro paese siamo abituati a considerarla qualcosa di superfluo, nonostante in realtà sia parte integrante della quotidianità di ciascuna persona. Ebbene, quanti sono i programmi televisivi che offrono una seria divulgazione di temi storico-artistici? Pochissimi, nonostante le migliaia di trasmissioni di presunto approfondimento culturale, condotte da pseudo critici in carriera. La speranza è che per il futuro prossimo la televisione pubblica possa impiegare il suo eccezionale potenziale nel realizzare più produzioni di qualità dedicate alla storia del patrimonio culturale italiano, fiore all’occhiello del nostro paese.

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