Street Art nelle periferie: quando a volte un muro grigio è meglio

Dalla periferia al centro: da ormai 7 anni questo è il nostro modo di viaggiare.

Ogni volta che lavoriamo ad un nuovo itinerario iniziamo a scriverlo partendo dalle periferie che, come ha colto l’architetto e urbanista Giancarlo De Carlo, al suo interno accolgono fenomeni strettamente legati ai vari modi di vita contemporanei.

Nelle periferie urbane da Milano a Taranto, da Roma a Palermo, da Parigi a Berlino, abbiamo vissuto tantissime esperienze e collezionato numerosi incontri che ci hanno permesso di ampliare la nostra porzione di sguardo.

Abbiamo scoperto progetti d’arte pubblica di notevole rilevanza

Ci siamo immerse in un substrato culturale e relazionale assolutamente irripetibile in altri contesti urbani…

Abbiamo imparato quanto spesso periferia sia un termine usato con una connotazione negativa

Abbiamo compreso che a volte questi contesti urbani diventano il teatro di progetti partecipati di un valore straordinario, ma anche di beceri esempi di sciacallaggio

Questo articolo è una guida mentale a tantissimi ragionamenti che abbiamo sviluppato in questi anni con artisti, mediatori culturali, direttori artistici: quello che è emerso in modo prepotente e del tutto inatteso rispetto ai nostri primi anni da viaggiatrici a caccia di arte pubblica, è che a volte un muro grigio è meglio di un grande muro colorato imposto dall’alto. Ma ci arriviamo piano piano!

Che cosa si intende con periferia

Partiamo dalla definizione data da Treccani: la periferia è la parte estrema e più marginale, contrapposta al centro, di uno spazio fisico o di un territorio più o meno ampio.

Ma Treccani già dal 2013, fra le voci del lessico del XXI secolo, approfondisce e contestualizza ulteriormente: “La tradizionale nozione di periferia, legata da una parte alla collocazione fisica distante dal centro, dall’altra a condizioni di degrado ed emarginazione che spesso caratterizzano le aree di margine, si rivela oggi un concetto complesso e contradittorio, non più riconducibile a una definizione chiara ed univoca.”

Quindi oltre ad essere considerata geograficamente al margine del centro (aspetto attualmente difficile da misurare perché viviamo nell’epoca della città diffusa, con una perenne dilatazione delle costruzioni sia residenziali che commerciali), la periferia ha subito e ancora subisce una connotazione negativa, venendo accostata ad uno stato di degrado ed insicurezza, tipico di tutte le aree al margine.

Di questo non ci stupiamo di certo: basta guardare i social o anche la vecchia televisione italiana, con un programma come Striscia La Notizia che riveste Vittorio Brumotti non del semplice ruolo di inviato, ma di castigatore delle “cattive periferie con cattive persone”.

La definizione di periferia non è una questione riguardante le distanze geografiche, ma è una questione di narrazione e comprensione di precise dinamiche territoriali, umane, sociali e politiche che meritano un linguaggio nuovo e consapevole. Bisogna abbandonare l’uso del termine periferia invocato a gran voce solo durante le campagne elettorali (ma mai durante i primi 3 anni e mezzo di mandato) e la poesia del telefono senza fili in cui periferia fa rima con margine, e poi con degrado e poi con emarginazione.

Purtroppo questa parola non solo è diventata teatro infinito di connotazioni negative e offensive, svuotandosi del suo autentico significato, ma oggi sarebbe importante ripensarne completamente la sostanza e magari trovarle anche una nuova forma, attraverso il lavoro di urbanisti, architetti, antropologi, sociologi e così via.

street art nelle periferie lecce quartiere 167
@Travel on Art, opera di Millo quartiere 167 Lecce

Lo scollamento della periferia dal resto della città

Vogliamo riflettere sullo stato di scollamento della periferia dal resto della città partendo da una riflessione di Enzo Scandurra, professore di Urbanistica presso la facoltà di Ingegneria dell’Università Sapienza:

Questa lontananza dalla città vera non era, in passato, vissuta come emarginazione, segregazione, subalternità, ma anzi come un quasi privilegio: possedere finalmente una casa in un nuovo quartiere insieme ad altre famiglie, con le quali si stabiliva una immediata solidarietà.”

Per approfondire con cognizione di causa questa riflessione ci viene in aiuto il lavoro di Agostino Petrillo, sociologo urbano del Politecnico di Milano, che ha dedicato anni di studi e ricerche al tema della trasformazione delle periferie.

Rispetto ad un approccio positivo alla vita in periferia, sviluppato negli anni 50-60, negli anni 80 qualcosa è iniziato a cambiare: un’ondata populista ha travolto e ribaltato l’identità politica di questi luoghi e dei suoi abitanti. Inizia a nascere quella che Petrillo ha definito la periferia nuova, spiegandola nel dettaglio in questo passaggio:

La periferia “nuova” nel suo crescere si complessifica, diviene difficile da decifrare, smarrisce connotati facilmente riconoscibili, ma è invece un paesaggio irregolare che in molti casi sembra sottrarsi alla stessa tradizione insediativa caratteristica della città europea. In essa si mescolano nuove centralità emergenti e vecchie centralità declinate, laboratori dell’innovazione e progetti industriali obsoleti, strutture recenti della logistica e capannoni abbandonati, infrastrutture moderne e scali ferroviari dismessi, quartieri residenziali e sopravvivenze isolate di edilizia popolare tradizionale, abusivismo “storico” e nuove autocostruzioni.

Un universo estremamente composito dunque, cui per completezza bisogna aggiungere e a volte sovrapporre insediamenti precari e temporanei di migranti, edifici occupati, laboratori del lavoro nero, spazi interstiziali “.

E qual è la diretta conseguenza di tutto questo? Il fiorire ed esplodere di un senso di disuguaglianza sociale, spesso abbinato ad una percezione di abbandono da parte delle istituzioni, con conseguente peggioramento di tutto quello che riguarda la sfera dei servizi pubblici.

Ed è proprio la parola disuguaglianza a diffondersi a macchia d’olio: una disuguaglianza di condizioni abitative, di mobilità spaziale, di opportunità scolastiche, lavorative, sanitarie. Ed ecco che le periferie diventano sinonimo di degrado, marginalità, criminalità, tossicodipendenza, presenza di migranti.

Nonostante l’abbandono di gran parte della politica (non tutta), la periferia è molto altro: è il luogo in cui la resistenza assume sostanza attraverso processi creativi nati dal basso. Proprio qui infatti fioriscono associazioni e collettivi che mettono in campo azioni partecipate e ne abbiamo conosciuti tantissimi.

Alcuni esempi? Il progetto Aurora Food a Torino, nell’ambito del progetto europeo di inclusione urbana Tonite, il progetto WonderWall realizzato da Handicap Noi e gli Altri a Tor Bella Monaca per promuovere la cultura accessibile e l’inclusione sociale delle persone con disabilità, le attività dell’associazione (R)esistenza Anticamorra a Scampia a Napoli con le azioni svolte presso l’Officina delle Culture Gelsomina Verde, il Laboratorio dedicato all’arte 167/B street nel quartiere 167 di Lecce, le iniziative del comitato Quarticciolo Ribelle e della palestra popolare a Roma, ma ne potremmo citare ancora decine.

Questi progetti partecipati sono autentici presidi del territorio e cercano di arrivare dove le istituzioni non si palesano. Ma l’articolo 3 della Costituzione Italiana ci schiaffa in faccia che “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

La creatività, la dedizione e la partecipazione sono vitali, ma senza l’azione politica e i fondi pubblici diventa complesso ridurre quel senso di disuguaglianza di cui hanno parlato Petrillo e altri sociologi.

E qui ci ricolleghiamo alla prossima riflessione: le periferie possono rinascere grazie al colore (inteso in una concezione più ampia relativa alle opere di arte pubblica)?

Le periferie rinascono davvero grazie al colore?

La creatività nelle periferie è diventata un motore prima di consapevolezza e poi di cambiamento. Numerose associazioni e collettivi hanno portato artisti locali, nazionali e internazionali in alcuni quartieri periferici per creare opere di arte pubblica.

Ma non solo: spesso queste opere sono frutto di processi di mediazione culturale che hanno reso protagonisti proprio gli abitanti del quartiere, dando voce ai muri attraverso narrazioni identitarie in cui le persone del posto possono riconoscersi.

Proprio un anno fa, eravamo sedute su un autobus per raggiungere il quartiere Sperone di Palermo, e abbiamo iniziato a parlare con un signore anziano che ci ha chiesto perché due ragazze stessero andando allo Sperone. Abbiamo risposto che volevamo vedere le opere nate dall’Alleanza Creativa Sperone 167 e lui ci ha svelato con orgoglio che uno dei murales era proprio sul palazzo di casa sua.

Questo signore ultra settantenne, che aveva vissuto a lungo in Germania ed era rientrato da pochi anni a Palermo, si identificava con l’opera d’arte che avvolgeva il suo condominio ed era felice che due ragazze del Nord (come ha detto lui) venissero apposta per visitare il suo quartiere.

street art nelle periferie sperone palermo
@Travel On Art, opera di Chekos quartiere Sperone a Palermo

Dopo averti raccontato questo aneddoto, ci dirai che la risposta alla domanda iniziale è sì.

Lo vorremmo davvero, ma a livello generale non è così.

Nessun quartiere può (nè dovrebbe) rinascere solo grazie ad opere d’arte pubblica: per costruire un futuro di uguaglianza è necessario partire dai servizi messi in campo dalle istituzioni politiche.

Puoi avere anche l’opera d’arte più grande ed esteticamente bella del mondo, ma se la facciata del palazzo è infiltrata di umidità e muffa, rendendo le condizioni di chi ci abita insostenibili, che cosa te ne fai? Se l’erba del parco sotto il condominio non viene tagliata e non viene fatta manutenzione del parco giochi per i bambini? Se i cassonetti dei rifiuti non vengono vuotati con cadenza regolare? Se i marciapiedi sono pieni di buche e quindi una persona con disabilità o una famiglia con un passeggino al seguito non può muoversi? Questi sono esempi più che banali.

Nessuna opera d’arte sarà mai al pari di un intervento pubblico: quello che può fare un’opera d’arte, attraverso un lavoro di mediazione culturale e partecipazione, è creare una nuova narrazione del quartiere, offrire agli abitanti un’attività di riconoscimento identitario e accendere una lampadina su quel luogo della città (con la speranza di risvegliare l’attenzione delle istituzioni).

E ora vogliamo farti alcuni esempi a nostro avviso virtuosi.

Opere di street art nelle periferie nate in modo spontaneo

Negli ultimi 10 anni l’arte pubblica contemporanea (graffiti writing+street art+neomuralismo) ha invaso tantissime periferie urbane e rurali attraverso progetti visionari e di lungo periodo, ma anche attraverso festival nati come funghi perché era il momento cult (gran parte di questi festival si sono conclusi dopo 1 o 2 edizioni).

Così ora vogliamo farti alcuni esempi specifici e parlarti di alcune opere nate in modo spontaneo che hanno acceso davvero delle lampadine su situazioni sociali che la maggior parte di noi nemmeno immagina.

Iniziamo dall’opera intitolata “Ritagli”, creata da Simone Ferrarini del Collettivo FX, a Petralia Sottana, sempre in provincia di Palermo, per denunciare il diritto alla salute negato agli abitanti delle Alte Madonie. Quest’opera è diventata a tutti gli effetti un atto di solidarietà e di coraggio per abbattere il muro dell’incomunicabilità con le istituzioni e tendere una mano al dialogo.

Rimanendo sulla città di Palermo, abbiamo parlato con il nostro amico artista Antonio Curcio, che con la sua bottega d’arte “Lo Studiolo” ha vissuto e studiato lo scenario artistico della città. Gli abbiamo chiesto di parlarci di un posto preciso che abbiamo esplorato, il quartiere Borgo Vecchio, ecco cosa ci ha raccontato.

“Limitrofo al quartiere più ricco della città, quello di via Libertà, il Borgo Vecchio è di contro uno dei più poveri e quello con una delle più basse percentuali di scolarizzazione di Palermo. Per questo motivo l’associazione Per Esempio ha dato vita qui, nel 2014, ad una serie di attività dedicate ai più piccoli. Oltre al doposcuola e a corsi di vario tipo, l’associazione ha creato una serie di laboratori dove i bambini del quartiere si ritrovavano a lavorare fianco a fianco con degli artisti, primo fra tutti Ema Jons.

In pratica si chiedeva ai piccoli di creare dei disegni su grandi fogli di carta, cercando di lasciare libero sfogo alla fantasia di ognuno di loro; successivamente questi disegni venivano presi come modello per creare, sui muri delle loro case, dei grandi dipinti murali. È nata così un’operazione di successo, che l’anno successivo ha preso il nome di Borgo Vecchio Factory, che ha fatto il giro del mondo, grazie anche ad un lungometraggio che ne ripercorreva le fasi salienti, e che ha visto la partecipazione, oltre che di Ema Jons, anche di Pang, Aris, Alleg e NemO’s. Le spese per i materiali e gli alloggi degli artisti furono pagate grazie ad un crowdfunding realizzato dalla startup Push.

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@Travel On Art, opera di Alleg quartiere Borgo Vecchio a Palermo

Oltre ad un ovvio ritorno di immagine per Borgo Vecchio, fu data a dei bambini che difficilmente si spostano dal loro quartiere, tanto che, quando attraversano quella invisibile linea di confine che li porta a piazza Politeama, centro borghese della città, dicono “noi andiamo a Palermo”, dichiarando implicitamente che il Borgo Vecchio è cosa a parte, l’opportunità di interagire con gli artisti e con tutto il loro bagaglio culturale.

La particolarità e la presunta arretratezza di un quartiere come Borgo Vecchio, fanno sì che a volte arrivino qui dei tour che assomigliano tanto a dei safari, con partecipanti che camminano in gruppo armati di macchine fotografiche pronte ad immortalare uomini e cose. Sono stato testimone di una sfuriata di un artista, che stava pittando un muro, contro uno di questi gruppi: i safaristi vennero apostrofati e fatti scappare a colpi di vernice, con grande divertimento dei più piccoli.

In realtà il Borgo Vecchio possiede, come tutti i quartieri popolari, una grande umanità e solidarietà che i quartieri “bene” neanche si sognano. Certo, ha un aspetto duro, ma la durezza degli sguardi e dei comportamenti, del complessivo modo di porsi nella vita è causato dalla rudezza della vita stessa, da una corazza difensiva costruita contro la prevaricazione del prossimo e dei poteri forti. Soprattutto il Borgo Vecchio è un quartiere pieno di vita, fatto di micro economie, molte sommerse, alcune illegali. Ma del resto qui lo Stato, quando si presenta, lo fa solo con la divisa.”

Con Antonio abbiamo parlato anche di altro, in particolare dell’intervento realizzato da Blu nel quartiere Ballarò di Palermo: ma sono numerose le “opere lampadina” create da Blu, come quella nel quartiere Librino a Catania e quelle a Rebibbia a Roma.

Spostandoci a Roma le opere a Rebibbia, di un’espressività comunicativa potentissima, sono state realizzate in collaborazione con il Comitato Mammut, un gruppo autogestito e autofinanziato, composto dagli abitanti del quartiere (il simbolo che contraddistingue il Comitato è il grosso Mammut disegnato da Zerocalcare).

Blu ha realizzato 3 interventi di cui ha parlato tutta la stampa nazionale e non solo: da una parte la Spirale della storia della terra in cui l’artista, rappresentando il tema dell’evoluzione della specie, inserisce una critica feroce al capitalismo; poi l’opera Càpita in cui gli scivoli acquatici mimetizzati all’interno di un intestino umano malconcio sono l’immagine della nostra società malata; e infine l’arcobaleno di vegetazione rampicante che si riappropria degli spazi grigi e abbandonati del quartiere.

Nessuna di queste opere ha un potere magico rivoluzionario, ma possono rimuovere parte di quello strato di polvere sotto cui queste vicende politiche e sociali sono state a lungo nascoste.

street art nelle periferie blu palermo
@Travel on Art, opera di Blu quartiere Rebibbia a Roma

Quando un progetto di street art in periferia è imposto dall’alto

Uno dei nostri guilty pleasure è collezionare articoli in cui si parla del binomio street art e riqualificazione urbana. Su questo tema abbiamo scritto un altro articolo di riflessione-considerazioni-approfondimento che puoi leggere qui.

La street art è riqualificazione urbana?

In questi anni abbiamo letto decine di articoli in cui si parlava di “periferie rinate grazie al colore”, titoli che ci fanno un po’ sorridere, ma c’è stato di molto peggio: “L’amministrazione locale X porta lo street artist internazionale super top Y nel quartiere disastrato Z per farlo rinascere”.

Ecco la traduzione poco romantica del dietro le quinte: il Comune vince un bando da 10.000 euro e, dopo anni in cui nessun amministratore locale ha mai messo piede in un quartiere della periferia, paga un artista che viene dall’altra parte del mondo per creare un’opera esteticamente anche bellissima, ma troppe volte completamente decontestualizzata dal territorio per dire “Hey, abbiamo fatto rinascere il quartiere”.

E qui si creano dei progetti spot che spesso sono frutto di sciacallaggio mediatico e anche di scarsa competenza. Trasformare un’arte di protesta in uno spot promozionale politico (completamente fasullo) del tutto privo di attinenza al contesto urbano, valoriale, urbanistico, storico, sociale e antropologico in cui si va ad inserire è offensivo.

Negli anni abbiamo visto la metropolitana di un quartiere periferico della capitale diventare il teatro dell’ennesimo “murales sostenibile” in cui si collezionano parole in inglese e si rivendica con furore un futuro da accendere. Un’opera che non ha un legame con il luogo e con chi lo abita: si poteva usare come azione di mural advertising in Piazza San Babila a Milano, anzi avremmo apprezzato di più l’onesta intellettuale.

E poi quartieri periferici delicatissimi di un città del Sud Italia in cui gli abitanti vivono in condizioni di sconvolgente disuaglianza sociale (senza aver garantito nemmeno il diritto alla salute) con opere d’arte urbana che seguono la logica del “muro più grande e più colorato del mondo” e anche in questo caso non hanno attinenza con la realtà.

Infine un altro quartiere periferico ricco di associazioni che si impegnano quotidianamente per creare iniziative culturali che assistono ad un’invasione green della grande multinazionale di turno che finanzia un’opera che promuove gli ideali di sostenibilità ambientale (si sente odore di greenwashing da chilometri). Anche qui applauso al colosso di turno, che non conosce nemmeno il nome del quartiere, e ci schiaffa il suo marchio di fabbrica per ricevere l’applauso su alcuni titoli di giornale.

Ma potremmo citarne purtroppo decine e decine.

street art nelle periferie copertina articolo
@Travel on Art

Decontestualizzazione, narrazione basata su stereotipi narcisisti come “il muro più alto, più largo, più colorato, più green”, mancanza di una mediazione culturale competente, disinteresse verso i cittadini del quartiere e la loro quotidianità, vocazione allo slogan politico facile “abbiamo salvato un quartiere grazie ad un’opera carina e colorata”: tutto questo fa parte dell’ecosistema che anima un’opera imposta dall’alto (che si tratti di istituzioni politiche o grandi aziende).

E di queste opere, in tutta onestà, non solo non ne sentiamo il bisogno, ma ci siamo ampiamente stufati.

Gli elementi che non possono mancare in un progetto d’arte nelle periferie

Per creare progetti d’arte partecipata nelle periferie (manteniamo l’uso di questo termine anche se nel 2024 risulta poco pertinente) è necessario lavorare in primis partendo dalle relazioni umane: per farlo serve un metodo, o se vogliamo definirlo un approccio, che sia creativo, trasversale e sostenibile.

  • la creatività perché ci permette di immaginare quello che vogliamo realizzare, andando oltre barriere e limiti che spesso appaiono ad un primo sguardo, ma che con la chiave interpretativa giusta possono essere superati;
  • la trasversalità perché si devono mettere in campo delle competenze professionali e delle attitudini umane finalizzate all’obiettivo di creare relazioni con le persone del luogo, con alcuni attori del territorio, con le persone che compongono il team e gli stessi artisti;
  • la sostenibilità perché non serve un’azione wow fatta una volta e svanita per sempre, ma una progettazione di azioni nel medio e lungo periodo, ricollegandoci al concetto di presidio attivo sul territorio.

Una frase che ci è rimasta impressa di Benedetta Carpi De Rosmini, ex curatrice del Macro di Roma e direttrice di Latitudo Art Projects, è che nelle periferie si deve costruire fiducia: solo in questo modo non ci si limita a creare progetti, ma autentici legami.

A livello di tipologie di azioni si possono organizzare:

  • residenze d’artista che culminano in opere d’arte pubblica partecipata, favorendo così una conoscenza umana e reale tra l’artista e la comunità locale al posto delle opere spot realizzate in un’ottica mordi e fuggi;
  • laboratori o workshop dedicati alle persone del quartiere (anche per fasce d’età come nel caso delle attività per bambini a Borgo Vecchio Palermo);
  • progetti multimediali che raccontano il quartiere a partire dalle persone che lo abitano;
  • mostre open air o in spazi comuni dedicati.

Questi sono solo alcuni esempi perché quando parliamo di territori e persone dobbiamo accostarci con rispetto e ascolto, declinando una proposta che sia identificativa di quella comunità; chi invece si presenta con un catalogo precostituito di possibilità confezionate, continua nella logica oppressiva dell’approccio gerarchico top-down che non si accosta a progetti culturali partecipati.

E non finisce qui perché oggi è più che mai urgente riflettere sul ruolo di chi fa narrazione e informazione su queste tematiche: continuare ad insistere su slogan come “la bellezza salverà il mondo” e “l’arte salverà le periferie” è gravemente deleterio e può generare sfiducia verso l’arte e verso chi la pratica (se qualcuno realizza un’opera sull’edificio in cui abiti e non ti rende partecipe del progetto, del messaggio da comunicare, di ciò che c’è dietro, e sulla stampa si dice solo che quest’opera salverà il quartiere in cui vivi, nonostante i servizi siano zero e continuino ad essere zero, diciamo che sei autorizzato a manifestare un po’ di dissenso).

Una narrazione consapevole, onesta e alla portata di tutti è la chiave per disinnescare dinamiche di insoddisfazione delle persone (che si sentono tradite rispetto ad un’opera, e all’arte in generale, che effettivamente non ha una ricaduta diretta sulla loro qualità di vita) e anche per evitare il sovraccarico degli artisti e delle artiste che non sono super eroi ed eroine, ma persone comuni che non devono sostituire le istituzioni pubbliche nei loro doveri.

Dopo anni di viaggi e incontri, abbiamo maturato un’idea chiara di che cosa sia per noi l’arte urbana: effimera per definizione e in continua evoluzione, può diventare un filo che traccia legami invisibili, ma al tempo stesso indelebili tra territori e persone.

E quando questo avviene, l’arte diventa un’autentica alleata dei quartieri periferici, quindi concentriamoci su questo e lasciamo perdere i muri più grandi del mondo.

Articolo scritto a 4 mani da Anastasia Fontanesi e Anna Fornaciari

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