Damien Hirst e le sue opere spiegate in 5 punti

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Damien Hirst e le sue opere spiegate in 5 punti

Qualche giorno fa una persona ci ha chiesto chi è l’artista vivente con cui vorremmo uscire a cena per scoprire i retroscena del suo lavoro: dopo un attimo abbiamo risposto in coro Damien Hirst. In questi ultimi anni abbiamo avuto la possibilità di vedere tantissime sue opere in mostra in giro per il mondo e nessuna ci ha mai lasciate indifferenti: con i suoi alti e i suoi bassi, l’artista britannico è senza dubbio un genio mediatico e non solo. Per questo motivo oggi vogliamo raccontarti qualcosa in più su di lui e sulle sue opere che più ci hanno colpito e fatto riflettere: partiamo insieme per questo viaggio in bilico tra arte e provocazione?

Damien Hirst: biografia e opere

Nato a Bristol, Hirst è cresciuto con la madre e si è trasferito a Londra, dove ha seguito gli studi. Già da giovane ha iniziato ad interessarsi all’arte, curando una mostra collettiva intitolata Freeze, dove esponeva diversi pezzi e opere di alcuni compagni di scuola, riscuotendo un fortissimo successo. Da quel momento, molti artisti britannici, hanno iniziato ad autofinanziarsi, cercando mecenati e collezionisti che li sostenessero nel loro lavoro.

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La sua curiosità e il suo desiderio di andare oltre i limiti prestabiliti si sono fusi insieme dando vita ad una visione creativa molto particolare. Il tema principale, anche se non esclusivo del lavoro di Damien Hirst, è l’esplorazione della morte, e lo ha sempre affrontato in modo originale e unico. Attraverso le sue installazioni, ha cercato di mostrare i diversi aspetti della morte,  allontanandola dai sentimenti di paura e dolore che la circondano e svelandola attraverso una chiave diversa, in quanto fase stessa e ultima della vita di ognuno di noi. La fragilità della vita e l’inevitabilità della morte sono alla base del contrasto che ha animato e continua ad animare la sua ispirazione di artista, creando opere straordinarie che hanno riscosso pareri positivi, ma anche molto discordanti.

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@Salt Edition

Damien Hirst: 5 cose da sapere

Le opere di Damien Hirst sono molto controverse, ecco quindi 5 cose da sapere su di lui e il suo lavoro:

  • la sua produzione artistica è stata influenzata da un evento capitato quando era ragazzo: la visita all’obitorio di Leeds nel 1981, che lo ha portato ad interrogarsi sulla fragilità della vita;
  • prima di diventare un artista di fama internazionale, Damien Hirst era un centralinista presso la M.A.S. Research, una società di ricerche di mercato. Da qui la sua grande capacità di contrattare e conquistare le persone;
  • la prima opera realizzata con un animale è stata The physical impossibility of death in the mind of someone living, 1991Damien Hirst ha comprato uno squalo tigre lungo 4 metri per 6000 dollari da un pescatore australiano: 4000 per la cattura e 2000 per imballaggio e spedizione. Hirst aiutato dal collezionista e pubblicitario Charles Saatchi ha esposto il suo animale nel 1991, usando 848 litri di formaldeide e 200 siringhe iniettate per l’imbalsamazione. Nel bene e nel male, quest’opera è passata alla storia;
  • un’altra opera che ha fatto il giro del mondo per la sua assoluta follia e genialità è For the Love of God, morte brillantinose. Un teschio umano fuso in platino con denti veri, puliti da un dentista e poi attaccati al teschio ricoperto di diamanti; così l’artista ha comunicato il suo concetto di morte;
  • Hirst non è famoso solo per le opere di animali imbalsamati: legato all’informale e alla pop art, è diventato celebre anche per le sue opere Spin Paintings, realizzate dipingendo su superfici circolari in rotazione, come il vinile nel giradischi.

 

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@It.clonine.it

Damien Hirst Instagram

Recentemente molte gallerie e case d’asta, come anche i critici e gli artisti stessi, hanno iniziato a fare un massiccio utilizzo dei social network in prima persona.  Nel panorama degli artisti famosi che con l’uso dei social pubblicizzano la loro arte e vecchi ricordi della loro carriera, spicca tra tutti Damien Hirst che poco tempo fa ha deciso di rivendicare il controllo del proprio profilo instagram. Inizialmente il rapporto fan-artista veniva attentamente curato  dal suo staff che, mantenendo uno stile più impersonale, proponeva scatti di vario genere. Oggi con l’intervento del diretto interessato, il profilo si è trasformato in una sorta di diario scritto dall’artista di suo pugno dove vengono postate foto di opere presenti e del passato.  Con più di 600 mila followers, Hirst riesce a catturare l’attenzione dei fan che lo ringraziano per le immagini inedite ed inconsuete che condivide. I suoi post infatti sono di una semplicità quasi disarmante per un artista del suo livello: “Quando ho fatto questo nel 1988 ho pensato che sarebbe stata la cosa più innovativa del pianeta. Sembrava una di quelle schifezze realizzate nei programmi televisivi per bambini”.

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Damien Hirst: Treasure From The Wreck Of The Unbelievable

Treasure From The Wreck Of The Unbelievable , la mostra di Hirst che ha provocato caos e polemiche in tutto il mondo, è diventato una sorta di documentario. Questo film è stato finanziato dallo stesso artista ed è stato realizzato con un gruppo di ricerca universitario (inventato). Ma qual è la trama?

Si tratta del racconto della scoperta e della creazione della celebre mostra che è stata allestita durante la Biennale di Venezia tra Palazzo Grassi e Punta della Dogana. Secondo questo docu-film, perché non veritiero, la mostra è stata voluta da Hirst e dal collezionista Francois Pinault per celebrare il ritrovamento straordinario di un sottomarino che è stato reperito vicino alle Coste Africane. Il racconto di questa vicenda ha un tone of voice serio, in pieno stile documentario ufficiale, ma Hirst ha seminato degli indizi che orientano lo spettatore a cogliere la beffa. Secondo la produzione, il film è un mix di esperti e attori, ma la maggior parte dei personaggi sembrano di fantasia. Per Damien Hirst tutti crediamo in quello a cui vogliamo credere: lui ha scelto di credere in questa vicenda sensazionale e, conoscendo qualcosa della sua vita, noi non ne siamo affatto stupite!


Foto di copertina: @Andrew Testa for The New York Times

 

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