Cultura e arte in lockdown: come affrontare il presente? Ne parliamo con Jean Cameron

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Cultura e arte in lockdown: come affrontare il presente? Ne parliamo con Jean Cameron

Cultura e arte sono in lockdown: non il primo, ma si spera invece l’ultimo che le istituzioni culturali e artistiche devono affrontare non solo in Italia, ma anche nel resto del mondo. È evidente come, in particolare per le realtà di medie-piccole dimensioni, questa situazione sia di grande preoccupazione e difficoltà, ma anche per le grandi istituzioni questo momento non era di certo previsto.

Con grande rapidità, di nuovo ci si ritrova tutti a doversi reinventare, a dover passare dal fisico al digitale, ma soprattutto a trovare nuovi modelli di business: facile? Non proprio, ma di certo non è impossibile. Abbiamo parlato di questo con Jean Cameron, produttrice creativa freelance con sede a Glasgow in Scozia e creative director della UK/Italy Season 2020 del British Council.

Leggi anche: UK/Italy Season 2020, il programma culturale

Jean Cameron è membro del consiglio direttivo del National Theatre of Scotland ed è stata presidente del Paisley Art Institute dal 2018 al 2020. La sua grande esperienza come direttrice e project manager per eventi, festival e progetti culturali la rende una delle persone più qualificate e interessanti con cui parlare al momento di quale sarà il futuro dell’industria culturale in Europa e in particolare in UK e Italia.

Piccola nota a parte: Jean Cameron, oltre ad essere una grande professionista, è anche e prima di tutto un’entusiasta e parlare con lei ci ha permesso di ampliare la visione di questo periodo storico, cogliendo per quanto possibile questa sfida in modo positivo.

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@Jean Cameron – Creative Director UK/Italy Season 2020

Il futuro dell’arte e della cultura: intervista a Jean Cameron 

Jean Cameron è direttrice creativa della UK/Italy Season 2020 del British Council, il cui tema quest’anno è “Being Present / Essere Presenti”. In un momento in cui la presenza fisica è pressoché vietata in numerosi paesi d’Europa e lo è in particolare nei luoghi dell’arte e della cultura, abbiamo chiesto a Jean il perché della scelta di questo tema e che cosa significa essere presenti nel 2020?

“Nel 2020 ci chiediamo come siamo presenti in un modo completamente nuovo. Tutti universalmente ci stiamo chiedendo il significato di essere presenti fisicamente ed essere presenti virtualmente, ma anche come possiamo essere presenti con gli altri. Essere presenti ci permette di guardare in noi stessi a qualcosa di molto personale, ma alla fine tutte queste riflessioni ci portano a pensare che non siamo realmente presenti. Il concetto di assenza è implicito nella domanda che ci facciamo.

In realtà quindi non ha più tanto senso chiedersi come, quando e in che modo essere presenti, ma qual è qualità della nostra presenza?

La tecnologia ci permette di essere virtualmente presenti 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, ma c’è un senso di affaticamento legato a tutto ciò. Siamo presenti virtualmente, ma questo non corrisponde sempre ad una reale presenza, che invece è fortemente legata alla qualità dell’attenzione e alla propensione all’essere attivi.

Being Present diventa quindi How Being Present.

C’è inoltre un’altra importante riflessione da fare sul tema delle presenza: il lockdown che ha colpito l’Europa in marzo e sta di nuovo colpendo numerosi paesi inficia anche il tema del come presentare le opere degli artisti negli eventi virtuali, senza gli strumenti soliti a cui siamo stati abituati. Tutto questo ci spinge a cambiare ciò che davamo per scontato e a trovare nuove soluzioni, ma può uscirne anche qualcosa di positivo perché riscopriamo il senso qualitativo dell’essere presenti.

Difficoltà e opportunità di una stagione culturale digitale

Organizzare una stagione culturale digitally lead, quindi con gran parte degli eventi digitali ma non in modo esclusivo, non è semplice soprattutto se si tratta di eventi internazionali quindi con un dialogo tra Regno Unito e Italia. L’attuale emergenza infatti è stata gestita in modo differente in ciascun paese europeo, per questo abbiamo chiesto a Jean Cameron quali sono state le principali difficoltà incontrate e se invece ci sono stati dei risvolti positivi in questa UK/Italy Season 2020 prettamente digitale.

“Tra le difficoltà più grandi c’è stata la velocità con cui la pandemia ha colpito Italia e UK con diverse tempistiche per le chiusure. Alla prima ondata siamo andati incontro a diverse emozioni, livelli di energie e restrizioni governative ed è stato molto complesso cercare di coordinare tutto con l’Italia. L’Italia è stata colpita per prima e vedevamo in Italia ciò che sarebbe successo anche qui. Ma quando l’Italia ha ricominciato ad aprire, non stavano aprendo invece nel Regno Unito.

Direi che il tema della velocità è stato il più complesso. A marzo abbiamo scelto di fare questa stagione digitally lead (non interamente digitale, ma principalmente digitale). In estate l’Italia stava riaprendo e le persone stavano tornando a una vita normale, la richiesta quindi era di eventi in presenza, mentre in UK eravamo ancora con un approccio fortemente digitale. Anche questo ha reso difficile il coordinamento, ecco perché in autunno abbiamo alternato eventi in presenza ed eventi virtuali.

Il tema della velocità è stato il più complesso da gestire, sia in primavera, sia in estate

Ci sono stati però anche diversi risvolti positivi dalla scelta di realizzare questa stagione quasi interamente digitale:

  1. Audience – organizzando eventi digitali l’audience è più ampia e hanno partecipato persone da tutta Italia. Gli eventi diventano più accessibili ed inclusivi;
  2. Gli artisti hanno fatto evolvere le loro forme d’arte e si sono chiesti come rispondere e adattare le loro opere a questa stagione virtuale. Hanno lavorato in un’ottica di problem solving trovando soluzioni mai testate prima e questo gli ha permesso di evolvere.”

Come possono adattarsi gli artisti alle nuove modalità di fruizione?

Sicuramente non poter realizzare gli eventi in presenza è un ostacolo, ma a quanto pare può rivelarsi anche una motivazione di crescita ed evoluzione per il percorso di ogni singolo artista. Parlando proprio degli artisti, come è stata effettuata la scelta per questa stagione?

“Gli artisti sono stati scelti attraverso le nostre partnership: siamo partiti da una conversazione con i partner italiani per individuare che cosa potesse essere interessante e rilevante per loro. Abbiamo scelto in modo da introdurre nuovi artisti per l’audience italiana.

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Ad esempio per il Linecheck Festival che quest’anno si terrà interamente in digitale, abbiamo scelto solo band e artisti emergenti che non sono quindi ancora mainstream. Lo stesso vale per la mostra di Willie Doherty alla FMAV che, in seguito alle restrizioni, realizzerà un’anteprima video digitale.

Siamo tutti chiamati a trovare nuove soluzioni per permettere la fruizione degli eventi culturali in digitale, ma soprattutto per abituare l'audience a questa modalità di fruizione

 

Non tutti gli artisti sono pronti per lavorare online e per questo abbiamo selezionato artisti che fossero in grado di far evolvere il proprio percorso in questo senso. Ovviamente è uno sforzo molto importante per gli artisti in primis, ma anche per tutti gli addetti ai lavori: siamo chiamati infatti a trovare soluzioni per permettere la fruizione dell’arte e della cultura in modo digitale, ma soprattutto per abituare l’audience a fruire gli eventi in queste nuove modalità.”

Quale può essere il futuro dell’industria culturale? 

A questo punto vogliamo farti la domanda che tutti in questo momento si stanno ponendo: quale sarà il futuro dell’industria culturale? Ti senti di poter dare dei consigli alle realtà culturali e artistiche per affrontare questo momento di emergenza?

“È molto difficile poter rispondere a questa domanda: come prima cosa, ci deve essere un’accettazione che nulla sarà come prima.

È richiesta una crescita o una riprogrammazione del sistema. Tutto si è spostato sul digitale, ma è anche vero che le nuove generazioni sono nativi digitali e quindi utilizzano quotidianamente i social media e i servizi di streaming. Credo che da ora in poi tutti gli eventi culturali probabilmente dovrebbero sempre essere ibridi, in parte digitali, in parte fisici: in questo modo si avvia un percorso di adattamento e abitudine dell’audience verso la fruizione digitale, non solo in un momento di emergenza.

Anche se il desiderio è quello di diventare di nuovo sociali e ci mancano i momenti di condivisione e di presenza, dobbiamo lavorare adattandoci agli spazi nuovi che ci impone la situazione.

Questa è un’opportunità per le organizzazioni culturali per conoscere meglio le loro communities, magari di portare anche le attività fuori dagli spazi e dalle mura, in strada, sugli schermi o ancora attraverso il gaming.

Non possiamo tornare indietro.

È richiesta una crescita o una riprogrammazione del sistema culturale. Non possiamo tornare indietro. Questo è il momento di fare ricerca, testare e capire cosa può funzionare con le nostre audience

 

Un esempio concreto è il National Theatre of Scotland che non ha una sede fisica, ma lavorano in ogni ambiente esterno, quindi è interessante prendere spunto da queste esperienze, pensando anche a soluzioni su come minimizzare il nostro impatto sull’ambiente.

Questo è un periodo di grande ricerca, la vera domanda ora è come gli artisti possano essere sostenuti a livello finanziario per fare ricerca in questo periodo. Non possiamo sapere come sarà il futuro, pensiamo piuttosto al presente e non sprechiamo tempo a ipotizzare come sarà il futuro, perché dobbiamo lavorare sul presente per costruire quello che verrà dopo.

Ora è il momento di studiare come gli strumenti digitali possono essere utilizzati e possono mettersi al servizio dell’arte per creare performance. Ora è il momento di costruire ponti culturali digitali.”

Partecipa al Linecheck Music Festival


Articolo in collaborazione con il British Council

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