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“Take me – I’m Yours” all’Hangar Bicocca: l’opera d’arte da oggetto sacro a opera condivisa

hangar bicocca

03 Nov “Take me – I’m Yours” all’Hangar Bicocca: l’opera d’arte da oggetto sacro a opera condivisa

Milano è la città perfetta per gli amanti dell’arte contemporanea e, proprio pochi giorni fa, è stata inaugurata la mostra Take Me – I’m Yours all’Hangar Bicocca, un’ esposizione a cura di Christian Boltanski, Hand Ulrich Obrist, Chiara Parisi e Roberta Tenconi, visitabile fino al 14 gennaio 2018. L’ampio spazio dedicato alla mostra era pieno di persone che hanno toccato, spostato, scomposto e ricomposto i pezzi delle opere, creando e distruggendo gli oggetti. Al centro della sala sono state collocate due montagne di vestiti usati e attorno una serie di postazioni che espongono le opere di artisti da tutto il mondo, per un totale di 50 autori provenienti dai 5 continenti.

 

Take Me - I’m Yours all’Hangar Bicocca

@Silvia Puelli

L’esposizione all’Hangar Bicocca è solo una delle tante versioni del progetto, che è nato in realtà nel 1995, esposto per la prima volta alla Serpentine Gallery di Londra, e poi, dal 2015, a Parigi, Copenhagen, New York e Buenos Aires. La vera novità della versione dell’Hangar è la sua prospettiva globale: se nella prima esposizione alla Serpentine Gallery il focus era sugli artisti del mondo occidentale, questa volta il progetto abbraccia tutti i continenti e 4-5 generazioni di autori, scelti dal curatore Hans Ulrich. Il progetto della mostra, in tutte le sue versioni, fa parte di una serie di iniziative attorno allo stesso concetto di restituzione al pubblico di un’opera d’arte che non è più un prezioso cimelio, ma un oggetto da scoprire, vivere e manipolare.

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L’idea nasce infatti dall’intento di rivoluzionare non solo il modo in cui un’opera d’arte è prodotta, ma anche il modo in cui è esposta e fruita, riprendendo il concetto, non del tutto nuovo, di dissacrazione dell’arte: l’oggetto in mostra non è più una reliquia, manufatto sacro e intoccabile, ma può essere “vissuto” dal pubblico, che lo può toccare con mano, manipolare, spostare e perfino portare a casa. In questo modo lo spettatore concorre a plasmare e a sviluppare una mostra in continuo divenire. Ognuno ha la libertà di fare dell’opera ciò che vuole e di interpretarne liberamente il significato, condividendo l’autorialità dell’opera tanto quanto l’ideatore della stessa. Il progetto è dunque collettivo in due sensi: da una parte perché frutto del contributo di più artisti, dall’altra perché coinvolge il pubblico nella sua creazione ed evoluzione.

 

Take Me - I’m Yours all’Hangar Bicocca

@Silvia Puelli

Embrione del progetto originario era l’opera Quai de la Gare (1991) dello stesso Boltanski, che all’Hangar si trova al centro della sala, vera protagonista della mostra: una pila di abiti usati dal quale ognuno può prendere ciò che vuole, un’installazione destinata ad esaurirsi e a scomparire. Christian Boltanski abbatte dunque i recinti che proteggono l’opera e la rende così violabile, mettendo in discussione il mito dell’opera d’arte: il suo intento principale è realizzare una mostra memorabile, che ancora non sia stata inventata e che stravolga il concetto stesso di visita, che da fruizione diventa esperienza, diretta e partecipativa. Sebbene oggi i limiti e i divieti imposti tra le sale dei musei siano sempre meno rigidi, Christian sottolinea che l’arte resta comunque legata alla macchina economica che la domina: gli artisti continuano a svolgere il loro lavoro come hanno sempre fatto, continuano a esporre nelle gallerie e a vendere le loro opere per grosse somme di denaro.

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L’arte contemporanea da una parte cerca di abbattere il concetto di unicità e individualità, dall’altra non abbandona quello del valore, anche in termini economici, dell’opera. Quest’ultima versione dell’esposizione ha fatto un tentativo in questo senso, incentrando il progetto sul tema del dono, per proporre una diversa concezione del valore dell’arte: il visitatore è libero di fare suoi alcuni oggetti che compongono l’esposizione e di lasciare i propri nel mucchio. Nell’era della comunicazione e dei social network, dove tutto è condivisibile e condiviso, anche l’arte si avvicina a questo concetto attraverso la creazione e la partecipazione collettiva, in nome di una cultura della creatività e della partecipazione.

 

Silvia Puelli
silvia.puelli@live.it

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